50 buone ragioni per stare zitti.

http://www.tgcom24.mediaset.it/perlei/articoli/1057464/una-passione-proibita-alla-conquista-dei-lettori-di-tutto-il-mondo.shtml

Si parte da qui.
Poi si passa dal grande Enrico Bertolino, che ha coniato l’imitatissima (e rubatissima) frase “D’altra parte è così”.
Infine la puntatina di un attimo in Bonelli, in merito alla logica risposta a troppe domande sommamente CRETINE che mi sento fare in merito a questa o quella regola bonelliana (fatte quasi tutte da chi in Bonelli non ci lavora e non ci lavorerà mai) e che hanno un’unica risposta: perchè sì.

Ecco che ci si scandalizza per le “50 sfumature di”.
Se n’è scritto tanto, tanto, tantissimo, quasi tutto quello che ho letto li etichettava come libri (tre) scritti male, sciapi, scialbi, poco consistenti come trama, poco raffinati come scrittura.
Sì.
Bene.
E quindi?
Hanno venduto un botto, un botto di gente li ha letti, compresi gli stroncatori (che per stroncare non si aspetta che il libro arrivi nella biblioteca del paese, prima si compra e prima si stronca).
I libri (soprattutto il primo) hanno venduto e sono stati letti.
Il fatto è tutto qui.
Perchè?
Perchè sì.
“L’ultimo bacio” di Muccino è testimone che in una curiosa annata TUTTI gli adolescenti hanno letto “Siddartha” di Herman Hesse. Manco Hesse si sarebbe saputo spiegare perché, che “Siddartha” non è un libercolo, non è facile, la scrittura di Hesse non è premasticata e il contenuto non è scontato, non è una favoletta.
MA
E’
ANDATA
COSI’.
E per quanto io sappia quante e quali strategie ci siano all’interno delle case editrici per cercare di far vendere un libro, i successi improvvisi e travolgenti come questo non hanno ragione. Non c’entra se il libro sia brutto o bello, scritto bene o male, lungo o corto.
Capita.
Non vi è piaciuto?
Chi se ne frega.
C’erano in giro libri migliori e più meritevoli?
Di sicuro, e quindi?
Gli tsunami e i terremoti sono imprevedibili e ci lasciano in ginocchio. Ma l’imprevedibilità non attiene solo alla natura “altra”, dato che anche noi siamo natura. E soprattutto oltre a quelli che non hanno di meglio da fare che ergersi a recensori e censori letterari, quando non sono altro (e lo resteranno) che lettori, c’è quella cosa che tanto vi spaventa, che fa così caghetta da nominarla solo in termini dispregiativi: la massa silente. La massa silente c’è, e sono centinaia di migliaia di consumatori (li chiamiamo così, perchè non determinano solo il successo di un libro, ma anche di un detersivo o di una forma di pantaloni) che invece di comunicare al mondo quello che per loro è bello o brutto o valevole di spenderci soldi, semplicemente scelgono e acquistano.
La massa silente non ha ragioni, non può essere razionalizzata, perchè vivaddio è fatta da elementi singoli che ragionano ciascuno per sé.
Leggerò “50 sfumature di”? No, non riesco a leggere una ceppola da mesi e se lo dovessi fare (leggere qualcosa) non sarà per dimostrare qualcosa a qualcuno, il tema mi lascia indifferente, ho letto già cose simili (in quel caso era pornografia, come etichetta, sia chiaro) e non sento la necessità stretta di rileggerne. Ma prendo atto che la massa silente ha deciso che quei libri sono un successo, non mi arrabbio, non me la prendo con i libri, con l’autrice, con i lettori, non mi scandalizzo e -a fatica- non banno tutti i miei contatti che ne parlano e parlano e parlano e parlano.
Noi siamo parte della massa, ma non siamo la massa. E se anche fosse che non è vero che il numero fa la forza, beh, è su questi numeri che si basa il mercato.
Ma tirare dritto mai?

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Niente da dichiarare.

Che aspettino.

Oggi è una di quelle giornate in cui, ai tempi in cui i blog erano solo vagonate di fatti propri, avrei scritto e scritto e scritto. Oggi invece testimonio solo una paura profonda, cupa, abissale negli echi.
Qualche minuto fa ho pensato a cosa ne sarebbe di me se finissi tutto quello che devo fare. Ho una coda di ritardi, liste infinite, debiti da far venire i capelli bianchi, e poi ovviamente montagne di lavoro impossibili da evadere, a meno di non chiudermi 6 mesi in un eremo in cima a una montagna.
Eppure.
Se il caos totale del mio studio trovasse un ordine, se mi liberassi dei troppi obblighi, se leggessi i libri arretrati, guardassi i film e le serie relegati in fonto a ogni lista, se uscissi con i miei cani ogni giorno, se andassi dal dentista e dal dermatologo, se i soldi non fossero più un grosso problema…
Se restassi io.
Ecco, non credo che reggerei. La mia continua ansia, la perenne insoddisfazione, l’isolamento quasi totale, i sensi di colpa che si rifanno le mandibole su di me… Basterebbe un giorno di solitutine totale e concentrazione per stilare la lista definitiva e poi depennare le voci una a una.
Ma non lo faccio. Resto intontita dal caos, corro, inseguo sogni impossibili, mi acceco gli occhi con la polvere che sollevo per potermi destabilizzare sempre un po’ di più.
Non sarebbe impossibile.
Eppure sarebbe fatale.
Ho paura, questa notte.
Stavo andando a Cremona qualche giorno fa, ero in autostrada a due corsie, andavo a 120/130, non di più, ero nella corsia di destra e a un certo punto mi sono accorta che mi stavo avvicinando troppo velocemente alla macchina davanti, che andava pianissimo o forse era ferma, non lo so, e non c’è stato tempo, ero lì e ho sterzato, l’ho passata senza avere modo neppure di pregare che nessuno stesse arrivando più velocemente di me sulla corsia di sorpasso. L’ho vista sparire in tre secondi nel retrovisore, forse un guasto, chissà.
Lo stesso giorno, credo, un tale del paese in cui vivo tornava da Verona su una strada statale che attraversa la frazione in cui abitavo prima, e non andava piano, poi si è trovato davanti un’auto che frenava, e io CREDO che abbia fatto come me e abbia sterzato a destra per superarla, forse perchè non avrebbe potuto frenare, e così ha investito il ciclista 17enne che l’altra auto stava facendo passare sulle strisce, esattamente davanti alla casa dove ho abitato per 4 anni.
Gli hanno espiantato gli organi oggi, ma è stato trascinato per non so quanti metri, era già morto.
Conosco suo nonno, ha costruito il parco giochi in cui le mie figlie giocano.
Io credo di dover perdere certe abitudini, la musica alta in macchina, per dirne una.
Io credo di non essere al sicuro, con me stessa.

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Quando le cose da dire sono troppe.

Non sono ancora molto a mio agio qui, non mi è familiare come posto e non so in quale ruolo dovrei calarmi. I miei vecchi blog di Splinder (R.I.P.) avevano di buono quell’essere sempliciotti, alla buona, facili da fare e disfare. E lì potevo essere quello che volevo. Più o meno. Siamo nel mese di giugno e nei prossimi 6 mesi molte cose mie usciranno. Albi Bonelli, Dylan nuovi (un paio, credo), ristampe, “Il boia di Parigi”, albi Star Comics (“Davvero”, naturalmente), forse qualcosina extra e poi via, un libro in Serbo, “Bilico”, “Sighma”, anch’esso tradotto in serbo. Nel frattempo resteranno al caldo il quarto romanzo, altri 10 albi di “Davvero”, quattro ulteriori romanzi a fumetti brevi della collana “Le Storie”. E poi un soggetto cinematografico, un lavoro infinito che teoricamente dovrebbe chiudersi a breve, contatti, impostazioni e impalcature per nuovi lavori.

E insomma, niente di cui lamentarsi.

Solo che questa non è la mia vita e io non sono Tyler Durden. Il mio lavoro in questo momento mi possiede e condiziona le mie scelte al punto che non scelgo, sceglie lui per me.

Alternative per ora zero, solo la pia illusione che qualcosa da qualche parte faccia il botto, tirare i remi in barca, non dico vivere di rendita ma quasi. Sono stanca. Ho 41 anni e genitori ottantenni che non mi godrò in eterno, due figlie che mi crescono fuori dal campo visivo, troppa gente che si impiccia, regole non mie, e io altrove.

Potrei scappare all’estero, è un’ipotesi che accarezzo.
Non mi piacciono le regole, le imposizioni e che gli altri mi spieghino come io debba o non debba essere. E buttar anni di vita a inseguire il compiacimento altrui.

Ecco cosa mi piaceva di Splinder: bannavo facile.
MI piacerebbe molto ricominciare a bannar facile.

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Questo blog non ha un contatore.

O se ce l’ha è a mia insaputa.
Non mi sento a mio agio qui, non ancora, ma il mio è un problema estetico, devo sentirmi in sintonia con il template, con il font, con i colori, sono assolutamente adolescenziale in queste cose.
Il mio primo blog mi ha portato parecchi guai, molto astio, anche qualche oncia di odio e il contatto per un romanzo. Si chiamava “Suture di carta” ed era un titolo veramente bello. Mi piaceva tutto di quel blog, parlavo dei fatti miei, dalle cose più becere a quelle più intime, filosofeggiavo, mi disperavo pubblicamente, bannavo chiunque non mi andasse a genio, facevo nomi e cognomi.
Poi ovviamente è cambiato tutto, sono arrivati i Buoni Consiglieri e quello che era il mio cantuccio caldo frequentato da un centinaio di utenti, tra cui almeno tre troll, si è prosciugato, spento, privatizzato. Molte volte mi sono ripromessa di aprirne uno nuovo senza dirlo a nessuno. Ma scatterebbe la censura su tutto, dal mio nome, al mio lavoro, alle bambine, a dove vivo e con chi. Se fossi bilingue lo aprirei in inglese, tanto gli inglesi e gli americani non hanno idea che io esista (parenti a parte).
Mi manca, è una libertà che ho perso.
Non ho la libertà di parlare di me e di essere letta nella mia essenza e non come Paola Barbato bla bla.
Mi manca.
Spesso (ora, per esempio) vorrei poter parlare della depressione in termini assolutamente liberi, cercare di spiegare alla marea di gente che non sa cosa sia le mie sensazioni, i segnali, i sintomi, analizzare i perché e i come, lamentarmene un po’, cercare confronto e conforto.
Non lo faccio.
Perché a chi mi legge di tutto questo non importa “a prescindere da”, e io se non prescindo non trovo scopo nel parlarne.
Per questo frequento poco il blog.
Non sarà così per sempre, ma è così ora.
E non c’è conclusione.

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